Il senso della vita è sull'Himalaya
Di primo mattino sono già all’ufficio trekking di Kathmandu. Come al solito non sono informato su niente, chiedo all’ultimo della fila, una sorridente brasiliana di nome Gabriella.≪Ciao, ho visto che hai capito qualcosa, ti invidio tanto sai?≫. Con questa battuta ricevo in cambio tutte le informazioni di cui avevo bisogno e dei soldi per pagare il biglietto. ≪Non mi sono ancora ripreso dall’ultima notte e ho dimenticato di ritirare le banconote, dopo andiamo a bere qualcosa insieme e te li restituisco≫. Ma la cosa più bella che ricevo da quella battuta è un meraviglioso sorriso pieno di luce.
Senza rendermi conto a cosa stavo andando in contro avevo preso il ticket d’accesso per il parco Nazionale dell’Annapurna, con l’unica idea di camminare senza una precisa meta nella valle dell’Himalaya.
Al tavolo di un bar mi saluto con Gabriella: ≪Quindi ci incontreremo di nuovo a Pohkara, da lì partono i viaggiatori che intendono percorrere il circuito dell’Annapurna≫.
≪Puoi giurarci!≫ rispondo deciso, mentre appunto il nome della città sul mio taccuino. Preparo lo zaino con le scarpe da trekking, ramponi da cinque dollari e guanti, ho una nuova destinazione da raggiungere.


≪Hai dormito bene?≫, chiedo a Gabriella mentre ci assicuriamo di avere tutto con noi negli zaini.
≪Non proprio, sono in pensiero per il cammino da fare, non ho mai fatto un trekking così impegnativo≫.
Io, oltre al Cammino Primitivo in Spagna, non ho mai percorso lunghe distanze né tantomeno ho mai affrontato queste altezze, ma sono pronto. Comincia così questa dura avventura che metterà alla prova i miei limiti estremi, con una brasiliana e un tedesco, tra risaie e villaggi in paglia fino al calare del sole.

Alle sette del mattino la signora mi sveglia dicendomi che la colazione è pronta, al tavolo comune conosco altri quattro viaggiatori arrivati nel cuore della notte. Partiamo tutti insieme lungo i ponti tibetani che cambiano continuamente sponda del fiume, attraversando villaggi fermi nel tempo e terrazze di risaie.
Lo spettacolo aumenta passo dopo passo, cascate e cime innevate che si fanno spazio man mano che si sale. Queste montagne ospitano anche comunità tibetane.


Una semplice sosta lungo il fiume per una rinfrescata può essere davvero la cosa più bella della giornata quando c’è quest’armonia. Attraverso l’unico controllo giornaliero della polizia, alzando la testa mi ritrovo dinnanzi l’Annapurna II con i suoi 7980 metri e non posso fare altro che concedermi una pausa con questa vista. Arrivo nel pomeriggio a destinazione, doccia fredda e solito dal bath con riso, lenticchie e patate.
Lo scenario cambia di nuovo e le rocce sono di un colore più chiaro, mi ricordano le montagne nel deserto di Douz, giù nel Sahara tunisino. Nevica e spero non aumenti di intensità dato che manca circa un’ora per il villaggio di Manang. Qui sosterò due giorni per dare al corpo la possibilità di acclimatarsi, vorrei evitare di fermarmi di più, ma Xavier si incazza.
≪Sai che questo è il trekking più alto al mondo senza l’uso di ossigeno? Ti sembra un gioco? Hai bisogno di scoprire come reagisce il tuo corpo a differenti altitudini prima di riprendere il cammino, non essere incosciente≫. Come dargli torto, ieri un polacco si è accasciato all’improvviso perdendo i sensi, il suo corpo non era adatto a queste altezze, inoltre lui è molto preparato per questo cammino.
Come diavolo fanno a vivere le persone tra queste montagne?

In quel momento stavo incoraggiando il corpo e la mente all’estremo, avevo abbattuto dei limiti raggiungendo per la prima volta un’altezza simile.
C’è uno stupa con le bandiere sacre in questa enorme distesa bianca tra le braccia dell’Himalaya, è come un pugno nell’occhio. Trovo un silenzio che renderebbe leggero qualsiasi peso della vita, mi fermo ad ascoltarlo prima di affidarmi totalmente a questo capolavoro della natura.

≪Non ne ho idea fratello, qui ci siamo solo noi e due yak pelosi≫, si asciuga il naso con i ruvidi guanti e prosegue, ≪di sicuro chi l’ha creato ci ha messo tutto l’impegno, è qualcosa di assolutamente meraviglioso, non ho mai visto niente di simile≫.
Solo le note del vento prima di riascoltare la sua voce, ≪ci siamo meritati una cena bollente, propongo di tornare al rifugio, darci una sistemata e brindare con il miele speciale che abbiamo trovato≫.
Il mio sorriso non ha bisogno di parole, la nostra sintonia è ormai solida e potente.
È buio pesto, le condizioni climatiche sono peggiorate ma lo spirito del gruppo emana un calore forte da sciogliere tutte le paure, il rifugio si è trasformato in un teatro in preda alla gioia.

La valle che ho di fronte è mastodontica, da ridimensionarmi al punto di sparire. Mi giro per guardare quello che sto lasciando alle spalle e non riesco a desiderare di più. Lo zaino sembra aumentare di peso ad ogni chilometro, lo sforzo porta al limite il mio corpo ed è solo il cervello in questo momento a farmi camminare, nient’altro. Gabriella non ha mai perso il suo potente sorriso, dal primo giorno è stata una spinta per tutto il gruppo. Che forza può avere un semplice sorriso!?
Guanti, cappello e doppia coperta per proteggermi da questa tempesta di neve, in un rifugio di pietra a 5000 metri sopra ogni cosa. I polmoni faticano a respirare e la mente è sottomessa da pensieri scomodi.
Dal lato apposto del rifugio una voce: ≪come si fa a tenere lontano la paura? Fuori c’è una tempesta di neve e non voglio proseguire≫.
Il suo compagno è chinato mentre fruga nello zaino, alza la testa e ribatte: ≪sei pazza Louise? Ci vogliono giorni di cammino per rientrare, un elicottero ci costerà tutti i risparmi, quindi non se ne parla proprio≫.
Louise si sta lasciando sopraffare dalla paura: ≪e se ci succede qualcosa?≫. Una domanda che mette tutti a tacere fino al momento del risveglio.
Xavi non mi risparmia nemmeno oggi: ≪fratello il grande giorno è arrivato!≫.
Il sorriso è incontenibile, l’emozione lo mette completamente a nudo liberando un fiume di lacrime, è il miglior amico che non avevo ancora incontrato, una persona meravigliosa che la vita mi ha regalato.